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La donna-albero
Foto da Repubblica.it

Ho conosciuto Wangari Maathai un pomeriggio di giugno del 2005, a Roma, in una sala di Piazza Montecitorio dove la donna di Ihithe, Kenya, si accingeva a raccontare le sue storie. Aveva da pochi mesi ricevuto il Nobel (prima africana), per la causa a favore dell’ambiente, della pace e dello sviluppo sostenibile.

Parlammo qualche minuto. Bevemmo succo di frutta. Le chiesi quanto era difficile fare l’ambientalista in Africa e quanto fare la donna ambientalista. Mi rispose che tutto è più semplice se ti ricordi il fine, la missione, e lei cercava sempre di ricordarli. Parlava e rideva e si guardava intorno con grandi occhi neri, un po’ sorpresi. Aveva un’espressione sorridente e forte, gioiosa ma non priva di toni condottieri, quasi guerreggianti.

Maathai ha lottato per le donne, perché potessero essere libere e istruite, cioè uscire dalla dimensione costretta del mero corpo e accedere a quella biografica della persona, che è appunto fatta di scienza, sentimenti e libertà.

Maathai ha anche lottato per gli alberi, per il Kenya e per l’Africa. Direi soprattutto per l’Africa, che potrebbe apparire un’astrazione, ma che è anche un fatto solido, reale, una sintesi in carne, ossa e foglie.

L’Africa. E’ come se il continente che Maathai così fulgidamente rappresentava non sia ancora del tutto nato, o meglio, venuto al mondo. Dico questo non con accezione negativa ma nel senso della distinzione filosofica tra “mondo” e “terra”. Dove il mondo è il regno brillante della tecnica (globale) e la terra il regno oscuro della natura (locale). Evidentemente, una distinzione discutibile e in gran parte fittizia ma che ha una sua funzione, una sua intelligibilità.

Wangari Maathai all'onu - foto da rai.it

Cosa cerchiamo, noi cittadini del 21° secolo? Terra? Ci sono giornate in cui, nell’incubo grigio del contemporaneo, il desiderio del tempo silenzioso, dei tramonti infiniti e dell’ondeggiare degli alberi è irrefrenabile. Odiamo la tecnica e tutti i suoi prodotti. Odiamo l’astrazione del mondo. Per questo sarebbe opportuno aggiungere terra d’Africa, nel mondo occidentale.

Eppure, la terra non basta. Sentiamo che essa promette, oltre che se stessa, anche qualcos’altro. Sentiamo che ci chiede di guardare al mondo con fiducia. Di lavorare per un altro mondo. Di superare la superficiale dicotomia tra passato e futuro, sud e nord, tradizione e diritto universale, e persino tra donna e uomo.

La terra, la terra meravigliosa, non basta nemmeno all’Africa.

Wangari Maathai era una donna di mondo, oltre che di terra. Biologa, colta, consapevole, poliglotta, aperta alle aperture. Era una contraddizione vivente del concetto mitico e infine deleterio della terra-madre, della donna-terra. La donna è terra e mondo, corpo e intelligenza. L’esatto contrario dell’infibulazione.

La donna è una donna-albero nel senso naturale del termine ma soprattutto in quello intellettuale: albero di conoscenza, di sapere luminoso che cresce verso il futuro e la libertà.

La donna è anche la missione tecnico-scientifica e sentimentale di vincere il cancro.

Il cancro ha ucciso Wangari Maathai, domenica 25 settembre 2011, ma io penso che sarà una donna, un giorno non lontano, a uccidere il cancro.

Data: 26/09/2011
Autore: DANILO SELVAGGI
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Foto da Repubblica.it Wangari Maathai all'onu - foto da Rai.it 
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