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Il respiro degli alberi
Giuseppe Galasso

 “Respiro”: nessuna denominazione migliore per una iniziativa ambientalistica che abbia in programma, essenzialmente, benché non esclusivamente, la protezione degli alberi, ossia delle espressioni più eminenti del mondo o, meglio, della vita vegetale. Denominazione eccellente non soltanto perché quella della respirazione, che culmina nella sintesi clorofilliana, è la massima funzione organica degli alberi, bensì anche per qualche altro, e non minore, motivo.  
  La respirazione arborea (e, in genere, vegetale) è, infatti, uno splendido richiamo alla universale concatenazione della vita. Ma può esservi, e neppure può essere anche soltanto immaginata, se non si pensa contemporaneamente al contesto in cui essa avviene: l’aria, la luce e il calore del sole, la humus (poca o molta che sia) in cui l’albero affonda le sue radici e ritrova l’indispensabile nutrimento umido, senza del quale non avrebbe luogo o subito cesserebbe. E si aggiunga, poi, la serie degli altri fenomeni che da questi si generano e animano la vita di tutto l’ambiente circostante: l’ossigenazione dell’aria, l’influenza meteorologica della vegetazione, le risorse alimentari del più vario ordine fornite al mondo animale e a quello umano …….
  E ci fermiamo qui.  Insomma, “il respiro degli alberi” è un modo assai sintetico e immaginoso, ma anche del tutto ineccepibile, per riferirsi al generale, primario valore ecologico dell’albero. Un valore col quale drammaticamente contrasta quella specie di persecuzione che dall’alba della sua storia l’umanità  ha intrapreso contro la vegetazione, e contro l’albero in particolare. Persecuzione è, naturalmente, un  termine molto approssimativo, e anche inesatto, e perfino ingeneroso. Tanto per dire, senza una certa deforestazione non vi sarebbe mai stata l’agricoltura, ossia una delle più geniali, benefiche e belle conquiste dell’ingegno e del modo di essere dell’uomo.
  È ovvio che non è questo il problema. Il problema è nato da quando il riequilibrio dell’ambiente naturale nelle sue componenti originarie, necessario al progresso della civiltà e alla vita materiale e morale del’uomo, ha varcato il segno di un rapporto fisiologico, e ha assunto connotati incredibili, che vanno dallo spreco all’autolesionismo più dannoso.  
  Già: la distruzione progressiva di ampi lembi della foresta amazzonica, si dirà. È vero, ma questo è solo il caso massimo di quanto accenniamo. In realtà, l’attentato agli alberi e al loro respiro è infinitamente più minuto, più diffuso, più insidioso di questo caso macroscopico. Ha assunto, cioè, un ritmo e una serie di modalità dirette e indirette che rendono l’albero uno dei protagonisti della natura più a rischio nella quotidianità del mondo contemporaneo, o, meglio, dell’esperienza e del comportamento umano nel mondo contemporaneo.
  È comprensibile, benché sempre da disapprovare, la deforestazione che popolazioni fra le più povere del mondo continuano a praticare per procurarsi risorse alimentari di cui scarseggiano in maniera drammatica (senza, peraltro riuscire ad altro che a distruggere la risorsa primaria costituita dall’ambiente naturale in cui vivono e restando lontane dal provvedere stabilmente o in misura sufficiente alle loro necessità). Ma che dire della completa sottovalutazione che si fa della vita, a cominciare dalla presenza, degli alberi nelle città e nei luoghi più comuni, ordinari e frequentati della vita dell’uomo? Che dire della ricorrente, vera e propria ostilità e conseguente pratica distruttiva a cui, partendo da una tale sottovalutazione, così spesso si passa in grandi e piccole città, in grandi e piccoli spazi urbani e non urbani?  
  Fuori delle città si hanno, invero, apprezzabili e volenterose, e talora anche imponenti, programmazioni e attuazioni di riforestazione. L’Italia è stata da tempo impegnata in tali operazioni, con risultati che non possono essere disconosciuti (ma non si può fare a meno di notare che i criteri con cui si procede sono spesso assai discutibili, come, ad esempio, il piantare alberi di altri cieli e di altri climi in zone caratterizzate originariamente da una flora arborea alquanto diversa, e ciò perché le specie prescelte per la riforestazione crescono più rapidamente, o sono più facilmente reperibili, o, magari, costano meno o molto meno).
  Così pure, la politica dei parchi ha avuto un incremento notevole, e, semmai, se ne è abusato, perfino, poiché si è giunti ben presto dal grande parco al parco, spesso soltanto velleitario, di quartiere o di vicinato (meglio, molto meglio, sempre, comunque, dell’opposto, rovinoso e del tutto antiestetico eccesso per cui nell’edilizia delle più vari zone residenziali la parola “parco” sembrava aver assunto il significato di “luogo privo di alberi”, poiché i parchi in questione erano solo di case e di cemento).   Si sbaglierebbe, tuttavia, di grosso a pensare che, con ciò, si siano fatti guadagni del tutto risolutivi e definitivi. Ad esempio la constatazione e la deprecazione dell’inquinamento atmosferico nelle città in dipendenza dei tanti noti fattori inquinanti non riesce a vincere la scarsa propensione alla presenza dell’albero in città: presenza che vuol dire, per la natura stessa degli alberi, un’attiva loro funzione nella lotta all’inquinamento.
  Qualcuno, sempre a titolo di esempio, ha osservato che a Milano, città che si propone un traguardo, entro appena il 2015, di città-modello del verde, dell’acqua e di altro, si incontrano difficoltà appena credibili per l’impianto di 90.000 alberi nel centro della città; e ci si è chiesti, perciò, se in qualche modo cemento e mattoni non siano entrati nel nostro DNA, e se continuerà illimitatamente il rigetto degli alberi, nel migliore dei casi, in periferia. Ma, come si nota in più di qualche lettera di lettori ai giornali, anche in periferia la vita dell’albero è tutt’altro che facile e sicura, ed è frequente la visione, lungo le strade periferiche ed extra-urbane, di alberi tagliati per i più varii e speciosi pretesti, a cominciare dalla sicurezza stradale per finire alla diagnosi di patologie vegetali, vere (come quella che purtroppo ha colpito le palme) o supposte e di puro comodo per chi vuole tagliare.  
  È questo un dir troppo? Non pare, se si considera che nel 2009 il limite massimo del Pm10, che misura la respirabilità dell’aria è stato superato nelle città italiane per più di 100 giorni all’anno, ossia un terzo dei 365 o 366 giorni di un  anno. E non troppo se, per di più, si considera che qui nessuno propone di tornare alla natura primigenia, e neppure soltanto a quelle che potrebbero essere spontanee tendenze degli umani.
  Nessuno vuole contrapporre modernità, progresso o necessità della nostra vita associata alla natura. Quel che si vuole è soltanto un po’ di misura, di razionalità, di ben calcolata utilità; soltanto un po’ di sostenibilità dello sviluppo e della modernità indispensabili all’uomo quale lo ha fatto la storia e quale nella storia egli stesso si è fatto: ci mancherebbe altro!  Né quel che si chiede è soltanto ragionevole e misurato. È anche possibile. Possibilissimo.
  Se solo servisse di esempio ciò che si sa dell’organizzazione di un servizio di pronto intervento per gli alberi quale risulta organizzato a Nuova Delhi! Lì, ambulanze, con un personale specializzato e reclutato apposta, con veicoli di piccole dimensioni e di color verde e dotati di sirene, accorrono a ogni telefonata o e-mail che segnali difficoltà o pericoli o rischi in corso di un albero o gruppo di alberi. Queste autoambulanze sono provviste di macchinari per il lavaggio, di attrezzi per la potatura, di prodotti contro le patologie arboree più comuni, di una certa quantità di concime, di una motosega. New Dehli ha circa 100.000 alberi, che ne assicurano una copertura verde al 46%. Di essi un paio di centinaia  è andato perduto per varie ragioni (vento, siccità etc.), ossia pochissimi.
  A me sembra una cosa così umana, così civile, così bella, insomma così “tutto”, da far credere addirittura che sia inventata, ma da fare sperare, insieme, che sia un caso esemplare, ancorché singolare, che può indurre a essere più rassicurati, più determinati, operosi, concreti ed efficaci nell’aiutare il respiro degli alberi, che è poi, letteralmente, anche il nostro respiro.

 

Data: 27/02/2010
Autore: GIUSEPPE GALASSO
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